L’ENCICLOPEDIA DEGLI ANIMALI

Storia di un amore

La penombra del solaio -e l’essere il baule nell’angolo più buio di quella penombra- sopisce la vista e acuisce al tempo stesso gli altri sensi.

L’olfatto, per primo.

E poi il tatto.

Ed è proprio annusandola e accarezzandola -in quest’ordine preciso, che gli odori precedon sempre la consistenza degli oggetti- che l’ho riconosciuta.

Senza bisogno di vederla.

E’ la mia Enciclopedia degli Animali; anzi, a dirla giusta, l’Enciclopedia, semplicemente.

E’ così che l’ho sempre chiamata, senza bisogno d’aggiungerci altro.

L’Enciclopedia.

Come se non ne esistesse altra.

 

L’ho comprata per voi figli- diceva mio padre- anche se la data che riporta racconta qualcosa di ben diverso.

Finito di stampare in Milano, l’anno 1970.

 

Dunque, mia sorella -che mi è maggiore- è nata nel ’68.

Io sono del ’72.

Per i figli?

Ma se una non aveva che due anni e l’altro, che sarei io, non sarebbe nato che di lì a due.

Per chi altri l’aveva comprata, se non per lui?

E va a capire il perché non lo dicesse a chiare lettere, quasi se ne vergognasse.

 

Comunque sia, l’Enciclopedia era già in casa nostra prima ancora che ci arrivassi io, come m’aspettasse.

Le sue stampe, le sue figure, le fotografie e i grafici, le cartine e le mappe, hanno avuto per me la funzione di quello che per altri -la maggioranza, credo- ha avuto il sillabario.

Alle varie A di Amico, B di Banana, C di Culla, come recitavano i bambini normali, io contrapponevo una filastrocca strana, quasi m’avessero imbarcato sul brigantino Beagle con Chalrles Darwin in persona.

Ameba, Bonobo, Celenterato, Daino hanno preceduto, nella mia giovane mente, quella formazione di eroi che ci avrebbero fatto sognare tutti ai mondiali di calcio del 1982: Zoff, Cabrini, Scirea…ma questa è un’altra storia.

 

L’Enciclopedia è un’opera gigante divisa in sei volumi, ognuno dei quali potrebbe benissimo lui solo esser già un’enciclopedia e mica da ridere.

I tomi da cui è composta sono rilegati con lo spago sottile sottile.

Le copertine, rigide, hanno i copri angolo in ottone.

Sono rivestite di tessuto cerato color écru naturale e rifinite in vera pelle verde e bordeaux.

Portano incisi in bella vista caratteri d’oro zecchino.

Sull’oro zecchino non ci giurerei.

O forse anche sì.

 

Per darvi un’idea della monumentalità della cosa, sappiate che per portarla in casa dal solaio dov’era rimasta a riposare per tutti questi anni, ho fatto una fatica che mi son dovuto fermare più volte.

Peserà venti chili, almeno!

 

Adesso è qui con me.

Sulle ginocchia, come quando bambino me la tenevo in braccio per ore.

Pomeriggi interi passati a sognare e domeniche mattina nel lettone.

 

Ne accarezzo le pagine mentre ritrovo uno ad uno i miei cari amici animali, come si fa guardando vecchie fotografie.

Ho l’impressione di averli lasciati ieri, nonostante il tanto tempo passato.

Il Mustang degli indiani, il Crotalo che mi faceva paura, la Leonessa con i Leoncini e il Leone, i colori della Barriera Corallina, l’Okapi, la Lince, il Lupo, la Tigre, le Scimmie Urlatrici e io che correndo per casa saltando sui mobili, cercando di imitarne il verso, UHUHUH AHAHA gridavo a più non posso.

 

La conoscenza e l’amore per la scoperta, il rispetto e la grandezza della natura si imparano da piccoli.

E non si dimenticano più.

 

A volte basta un odore.